Intervista con: Gianluigi "Gigio" Rosati dei Dolphins Ancona

           

1. Cosa ti ha spinto a scegliere questo tipo di sport?



Veramente più che qualcosa che mi ha spinto a scegliere il football, il football ha scelto me. Il mio approccio a questo sport che non conoscevo è avvenuto per caso, accompagnando un amico ai suoi allenamenti, nella fattispecie si trattava del buon Alessandro Tanassi di “We Play for pizza”. Mi chiese se volevo fare una prova e non mi fermai più! Era l’agosto del ’95 e ci si preparava per disputare il campionato nazionale under 21, Io venivo dal tae kwon do, che praticavo anche ad un certo livello, ma non so, forse perché venivo da uno sport individuale, venni completamente rapito dallo spogliatoio e dallo spirito di fratellanza che solo il football può manifestare in modo così forte e struggente. All’inizio ricordo che per motivi legati alla certificazione medica dovetti saltare la prima partita. Fu abbastanza dura incrinare gli equilibri che si erano stabiliti ma con non pochi sacrifici riuscì a guadagnarmi la posizione di titolare.
2. Quanto tempo ti occupa l’allenamento e a che età hai iniziato?
La mia esperienza con il football è iniziata a 19 anni e si è protratta per parecchio tempo: quest’anno sarà il mio 19° campionato di prima squadra oltre ad altri 4 disputati con la giovanile (a uno riuscì a prendere parte come uno dei due fuori quota ammissibili). L’allenamento durante la stagione agonistica è totale, nel senso che al di là dei 3 giorni in cui ci si allena con la squadra e il giorno della partita vanno valutate sia le sessioni di allenamento in palestra sia l’impegno e l’attenzione alla propria alimentazione. Nei periodi al di fuori del campionato in ogni caso è sempre buona norma continuare a mantenere un stato di preparazione sufficiente.
3. In che modo lo sport ti ha aiutato nella crescita personale?


Il nostro è uno sport fatto di sacrifici e questo è importante nella vita: ti insegna a non mollare mai, a dare il meglio di te. E’ anche vero che è uno sport corale, in cui ognuno deve fare il meglio per se e per gli altri, in nome della squadra, che è il bene superiore.  Per questo il football è perfetto anche per insegnare lo spirito di sacrificio nei confronti degli altri: per far si che si possa fare touchdown, o perché si possa evitare di subirlo, c’è infatti bisogno di tutti. In Italia, dove la cultura sportiva è pesantemente condizionata da quella calcistica, questo concetto è difficilmente spiegabile. Se un profano osservasse una partita di football, a seguito di un passaggio in touchdown, direbbe di sicuro che qb e ricevitore siano stati fenomenali. Un giocatore o un appassionato di football americano sa che quel touchdown è frutto di un lavoro corale, che parte dagli allenamenti, e coinvolge gli uomini di linea, gli altri ricevitori e i vari bloccatori, il coaching staff e i ragazzi della panchina, che si allenano con te per far si che la squadra possa ottenere la vittoria. Il football in poche parole è scuola di vita!
4. Se fossi un giocatore professionista chi vorresti essere?


Allora, il mio giocatore preferito di tutti i tempi è Ken Norton Junior, LB dei 49ers! Altro giocatore che ho ammirato tantissimo è stato Lewis dei Ravens (che tra l’altro indossava il mio stesso numero di gioco!) ma, al di là dei nomi, sono sempre per mia natura molto affezionato ai giocatori senza volto. Mi spiego. Ci sono ruoli nel football americano che non finiscono nelle statistiche, a meno che non si sia fatto qualcosa di sbagliato: è il caso degli offensive lineman, quei ragazzoni che per tutto il tempo si danno delle gran botte per permettere al gioco di svilupparsi ma che, spesso, vengono dati per scontati. Beh, quei ragazzoni sono la vera anima del football: se si vince si corre dietro al qb per intervistarlo, se si perde a finire sotto la lampada dell’inquisitore sono le linee. Mi ricorderò sempre la linea offensiva dei Dallas Cowboys di Aikman del ’95: parecchi si ricorderanno sicuramente di quella squadra (oltre a Aikman sicuramente, Irvin e Smith, ecc.), ma io ricordo quella linea, che concedeva anche 10 secondi al qb prima di lanciare! E ricordo anche la partita di quell’anno contro i 49ers, con il “mio” Ken Norton che, superando quella linea da 10 secondi, fece un sack memorabile su Troy Aikman.
5. Quali consigli daresti ad un ragazzo alle prime armi con il football americano?
Ad un ragazzo che inizia consiglio di allenarsi e di metterci il cuore. Nessuno sport come questo premia chi sa mettersi in discussione, non si deve avere fretta, ma si deve lottare in tutti gli allenamenti per ottenere il meglio. Non tutti siamo uguali e non tutti abbiamo gli stessi tempi: se un coach ti tiene fuori, spesso non lo fa per motivi futili come il risultato,spesso il ragionamento è ponderato, e la preoccupazione è quella che in un campo da football americano, se non hai gli occhi anche dietro la testa, rischi seriamente di farti male. Il tutto si traduce in allenamenti duri, per poter crescere. Io vi dico di cominciare piano piano, magari negli special team, che non andrebbero sottovalutati ma anzi utilizzati dai giovani come trampolino di lancio per dimostrare le proprie doti, la propria grinta e soprattutto la propria voglia di essere lì, con la squadra e la propria ” famiglia”, formata dai compagni! Ciao a tutti!
                                        
Qui trovate il loro sito internet: http://www.dolphins.it
Qui invece la pagina Facebook:





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